Comune di Calatafimi Segesta


CENNI STORICI (*)
In Sicilia, al turista distratto, capita raramente di lasciare la costa per visitare l'interno dell'isola. Il richiamo del mare ha la meglio facilmente sulla sua curiosità, ed è l'unico di cui mantenga il ricordo. Tuttavia, basta solo che si spinga un po' più addentro ed ecco che potrà intuirne e scoprirne il volto più vero. Tradizionale insediamento indigeno (probabilmente l'antica Acesta) - Calatafimi Segesta, come molti dei luoghi che custodiscono la storia più raccolta di Sicilia, il mare lo guarda da lontano. Per sé, ha scelto di arrampicarsi su fino ai Quattrocento metri delle colline alle spalle di Segesta, e di asserragliarsi sull'altura dove sorgeva un tempo una rocca fortificata. Intorno ad essa, ed a cavallo di un crinale che consente di dominare per lungo tratto i colli che lo circondano, si è venuto lentamente avvolgendo il borgo medioevale, di cui - seppure gravemente danneggiato dal terremoto del 1968 - è possibile ancora oggi osservare il primitivo impianto urbanistico. Nel tempo poi, e in due successive principali ondate - la francese e la spagnola - Calatafimi Segesta si è pigramente distesa verso est, fino a raggiungere col dopoguerra la zona attualmente chiamata della Chiesa Nuova (colle S. Vito). Se dell'espansione francese poco si è conservato, di quella spagnola (tra il '500 e il '600) rimane traccia nella tipica architettura ad archi . C'è che ricorda, a volte da vicino, i bassi napoletani: e sono, allora, passeggiando per il paese, come delle visioni che colpiscono, che sembrano fermare il tempo innestando uno sull'altro, per un lungo attimo, presente e passato, È da questa sua posizione eccezionale che, nei secoli, Calatafimi Segesta si è data ad ordinare lo spazio che la circondava in territorio, Per chi li guardi dall'alto del castello Eufemio, i suoi quasi 16.000 ettari di campagna si disporranno allora in due grandi sistemi: a sud le colline del Timpone del Nonno, il monte Seifila, il colle di Pianto Romano, a nord il bosco di Angimbè e i monti Pispisa e Pelato. A sud il visitatore esplorerà una boscaglia ora più fitta ora più rada che potrà percorrere avvalendosi dei numerosi sentieri attrezzati che lo condurranno, se vorrà, verso Castelluzzo e Baronia. Da lontano, a guidarlo, l'ossario di Pianto Romano, che con il brillare della sua pietra calcarea gli ricorderà che da lì è passata la storia. In direzione nord potrà indugiare a lungo per i 133 ettari del sughereto di Angimbè, e godere quindi dei panorami che gli si sveleranno improvvisi, nel parco archeologico di Segesta, in scorci di singolare ed avvincente bellezza. Il monte Pispisa poi, gli offrirà l'opportunità di vagabondare alla ricerca di funghi, asparagi e finocchi selvatici, in mezzo ad una natura che sembra avere mantenuto intatta la sua antica misura mediterranea. Ancora più a nord, le sorgenti di acque sulfuree utilizzate oggi dai due stabilimenti termali di contrada Gorga e contrada Ponte Bagni, e infine le emergenze archeologiche di Calathamet. Vigneti, uliveti, agrumeti, ficodindia, grano, costituiscono da generazioni la principale risorsa economica di queste campagne. La loro progressiva maturazione accende il paesaggio che attraversiamo di colori che fanno nuova ogni stagione, e che rimangono negli occhi come uno degli incanti più forti di questa terra. Ad essi, l'economia di Calatafimi Segesta affianca oggi, insieme ad alcune più specifiche attività industriali - come la produzione di carrelli da trasporto, e di budello per l'industria degli insaccati - una moderna produzione di formaggi, erede della tuttora viva tradizione casearia nostrana, e la diffusa presenza sul territorio di cantine per la selezione e la produzione di vino "Bianco d'Alcamo". A chi poi, dopo l'esplorazione dei suoi dintorni, volesse ristorarsi, Calatafimi Segesta offre dell'ottimo castrato ed i suoi famosi maccheroni al sugo di carne; per i più raffinati, gli squisiti biscotti di forno a forma di rametti o di piccoli animali. Dell'antica - e tuttora operante - solidarietà tra borgo e campagna, Calatafimi Segesta serba memoria nel museo etno-atrapologico, ma soprattutto nelle numerose feste che scandiscono il suo ricco calendario religioso. Il museo attualmente in fase di allestimento, raccoglie non soltanto gli strumenti di lavoro di una società pressoché tutta al passato - da quelli per l'agricoltura e la produzione artigianale del formaggio, ai telai per la tessitura - ma anche oggetti di uso comune e familiare, che permettono sin d'ora al visitatore di ricostruire con notevole precisione la vita e l'organizzazione della società calatafimese dei secoli passati. Delle feste religiose, non è forse esagerato dire che si tratta, in generale, delle più belle e significative che si diano in Sicilia. Conservano tutte un decoro - che è quasi rigore spagnolesco e piacere sottile dell'esaltazione della forma - che altrove s'è perso: segno certo, quest'ultimo, di un innestarsi più forte della società nella fede. Segno inoltre, del particolare legame che unisce tra loro le principali espressioni di questa microsocietà (i ceti), che durante le celebrazioni vengono in qualche modo ricomprese e fuse in quel carattere di "popolo" oramai così chimerico e superfluo in altre e simili manifestazioni. Legame tra i ceti e tra gli uomini che tanto più è for1e quanto più esibisce, al contempo, la loro competizione, che si alimenta dello stesso fervore religioso per farsi distanza e riconoscimento. E allora gli addobbi più ricchi, i carri più stupefacenti, l'offer1a più cospicua, l'andamento più solenne: che trascinano ed appassionano lo spettatore immergendolo in una dimensione di esaltante partecipazione. Stiamo parlando, naturalmente, della Festa del SS. Crocifisso, della grande festa di primavera per la quale Calatafimi Segesta è famosa nel mondo: festa dell'abbondanza, festa dello spreco, festa dell'ostentazione orgogliosa del proprio lavoro ma anche di ringraziamento per la propria ricchezza e per la vita. Con periodicità di tre/cinque anni, nei giorni dall'1 al 3 di maggio, la festa celebra i miracoli operati dal Crocifisso di legno della chiesa di S. Caterina gli ultimi giorni di giugno del 1657. Dapprima trovato ripetutamente per terra dal priore della chiesa - che per reggerlo lo aveva persino legato con una fascetta chiamata "zagarella" - poi guarendo un paralitico che alla sua vista si alzava sulle gambe, al Crocifisso di legno il popolo di Calatafimi Segesta in un primo tempo consacrava un altare e una cappella, di poi ingrandendo la chiesa dove si trovava e costruendone da ultimo una più vasta che infine gli dedicava. Il trasporto in processione del SS. Crocifisso nella nuova cappella - autorizzato dal vescovo di Mazara nel dicembre del 1657 - fu l'occasione per i primi festeggiamenti, che da quella data si sono di anno in anno sempre più arricchiti grazie al generoso contributo dei ceti più importanti. Rispetto al passato, soltanto quattro oggi, i ceti principali: La Maestranze (l'antica milizia cittadina che sfila in divisa ed armi a passo di marcia), i Borghesi (i contadini, gli attuali coltivatori diretti che sfilano con il mulo inseparabile compagno di lavoro riccamente bardato), i Massari {in passato i sovrintendenti che si occupavano dei feudi, ora i borghesi benestanti che dirigono la Massaria) , i Cavallari (che sfilano col caratteristico carretto siciliano quale simbolo dei valori dell'artigianato siciliano). Ceti minori, ma essi pure presenti alla festa, sono quelli dei Mugnai, degli Ortolani, dei Caprai e Pecorai, dei Macellai, dei Borghesi di S. Giuseppe; questi ultimi traendo il loro nome dal santo di cui si prefiggono di sviluppare culto e devozione, e al quale tradizionalmente si ispirano nella loro condotta di vita. La festa, annunciata nelle prime ore del pomeriggio del giorno di Pasqua, vede tutti i ceti, con i loro emblemi, riuniti intorno alla croce d'argento, dono del ceto dei Mugnai nel 1776. Dopo l'annuncio, è tutto un fervere di preparativi, e non solo per quanto riguarda la creazione dei carri e dei costumi che servono ad illustrare il tema prescelto per la processione sacro- allegorica - quest'anno "Il Regno di Israele: Davide prescelto Re da Dio al posto di Saul" - ma soprattutto per preparare e ammassare i quintali e quintali di dolci, noccioline, confetti e cioccolatini, che saranno poi profusi a piene mani, per tutta la durata delle celebrazioni, fino a che ci saranno braccia che si tenderanno per riceverli. Particolare interessante, ogni ceto ha cura di confezionare le proprie "offerte" in sacchetti che recano impresse le insegne di appartenenza: a ribadire, ancora una volta, l'aspetto di competizione che anima dall'interno la festa dei vari ceti. Tradizionale cura viene poi riservata alla preparazione dei "cucciddati" (pani votivi di olio e farina a forma di corona o di sole), sicuramente l'offerta più significativa al Dio dell'abbondanza. Ma bisognerà esserci, quest'anno, alla mezzanotte del 3 maggio. Allora, alla fine di tre giorni di processioni, di esibizioni di carri e di lanci di confetti, e di vita in comune di uomini e animali che celebrano insieme il "Padrone di ogni cosa" - ma soprattutto di raccolta devozione e di preghiera - allora, accompagnato dalle campane che suoneranno a distesa, esploderà infine con gran fragore il "grandioso sparo di giochi d'artificio": e saremo certi, in quel momento, di aver davvero vissuto una festa siciliana. Ma infine, vogliamo dire ancora della più semplice e raccolta partecipazione, a dicembre, che ha luogo in occasione della festa dell'Immacolata. Festa notturna che si svolge alle quattro della mattina e dalla quale il clero è assente, vede i fedeli, come fantasmi pagani illuminati soltanto dal bruciare delle fiaccole che portano in processione (i " busi di ddìsa", gambi ricavati dall'ampelodesma) quasi riportare il paese al suo sogno d'origine. Chi dovesse incrociarli allora, se ne guardi!
da: "Calatafimi Segesta VIAGGIOINSICILIA di Renato Ricciardi"

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