Comune di Erice

alt="Panorama Ericino"> width="315" height="70" border="0" alt="Panorama da Erice"> width="98" height="70" border="0" alt="Castello Normanno">


 


 

Vasca di Venere
 

Chiesa Madre
 
Porta Spada e Mura Ciclopiche
 
San Giuliano
 
Torretta Pepoli
 

 

 
Stradina tipica
 


ERICE
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L'Iruka dei Sicano-elimi, l'Eryx dei Greci e dei Romani, la Monte san Giuliano dei Normanni, volgarmente chiamata «u' Munti», è capoluogo di comune già fra i più estesi di Sicilia ma ora, quanto ad ampiezza territoriale, notevolmente ridotto in conseguenza della erezione in comuni autonomi di alcune delle più grosse ex-frazioni: San Vito Lo Capo, Custonaci, Buseto-Palizzolo, Paparella-San Marco (Valderice).
La cittadina è situata sulla vetta del monte omonimo che presenta, da occidente (Porta Trapani) e da tramontana (Porta Spada) ad oriente (Balio), un vasto altopiano triangolare, che raggiunge la massima altezza di 751 metri sul livello del mare nel picco cilindrico su cui si aggrappa il Castello Normanno.
La gita ad Erice è una delle principali della Sicilia.
Il classico monte si erge maestoso e solitario a nordest di Trapani ed è formato da regolari e caratteristiche stratificazioni giurassiche.

 

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CENNI STORICI
L'origine di Erice rimonta a tempi assai lontani.
È ritenuta concordemente città elima; ma non sarebbe improbabile che un primo centro abitato sul monte - lungo le cui pendici peraltro sono stati rinvenuti resti di numerose stazioni neolitiche - esistesse fin dall'epoca dei Sicani che, secondo la testimonianza di Timeo riportata da Diodoro Siculo (V, 6,2), «dimoravano sulle alte vette dei monti ed adoravano Venere Ericina ...».
Tale ipotesi, oltre che dal riferimento alla Dea ericina espresso, sia pure in epoca relativamente tarda, dai due storici dell'antichità, sembra confortata, secondo alcuni studiosi, dall'omonima fra alcune città della Sicilia occidentale e altre della Liguria, regione popolata da tribù di stirpe mediterranea affine a quella sicana: Entella in Sicilia (oggi Contessa Entellina), Entello (fiume) in Liguria; Segesta; Erice e Lerici.
È cero, comunque, che la vetta dell'Erice fu abitata o potenziata dagli Elimi, popolazione di assai probabile origine anatolica, profughi troiani secondo una tradizione che gli studi più recenti sembrano confermare.
Essi fortificarono Erice (VIII sec. a.C.) e la resero centro religioso del loro paese, che comprese il territorio estendentesi da Erice medesima a Segesta (centro politico) fino a Panormo e, verso l'interno della Sicilia occidentale, ad Entella (presso l'attuale Contessa Entellina, in provincia di Palermo, a 14 km. da Corleone).
Per quel che riguarda il culto della Dea, che dall'Erice trasse poi l'attributo onomastico, nessun sito più importante del monte poteva trovarsi: immensa ara naturale isolata e protesa massicciamente verso il cielo, ravvolta spesso di nuvole bianche che sembravano celare il mistero dell'abbraccio fra Terra e Cielo.
Il santuario, che i Fenicio-Cartaginesi, buoni alleati degli Elimi, dedicarono alla loro Astarte, richiamò grandi folle di stirpi diverse: Erice divenne centro religioso non solamente del paese elimo, ma anche di tutti i popoli del Mediterraneo, che si incontrarono sull'alta sua vetta.
Il grande fuoco che, di notte, splendeva all'interno del sacro «thémenos», indicava a tutti i naviganti la via o la meta. Alla divinità dell'Amore celebrata nel suo interno fu anzi affidata la tutela del canale fra Erice e Cartagine.
Ma l'importanza strategica di Erice non sfuggì ai primi popoli: fortificato il tempio, il centro abitato, accessibile soltanto dal versante occidentale, era stato già fortificato dagli Elimi; ma i Cartaginesi rinforzarono tale cinta muraria per renderla di ancor più difficile espugnazione.
Erice divenne così fortezza di notevolissima importanza: secondo una testimonianza di Posidonio tramandata da Strabone, nel VII sec. a.C., insieme con Siracusa ed Enna, fu una delle più importanti fortezze siciliane.
Nella lotta condotta dagli Elimi e dai Cartaginesi contro l'espansione ellenica nella Sicilia occidentale, dove già sorgevano le colonie di Selinunte e di Imera, Erice divenne quasi un avamposto di Cartagine: il possesso del monte e del suo santuario fu garanzia certa di dominio su tutta la pianura.
I tentativi di conquista del monte e del suo tempio-fortezza ebbero quasi sempre infelice esito: nel 508 a.C. Dorieo, spartano, ne tentò inutilmente l'espugnazione ed il mancato possesso di Erice non gli consentì la conservazione del territorio già conquistato.
Nel 398-397 a.C., Erice cadde alternativamente in possesso dei Cartaginesi e dei Siracusani si Dionisio, durante la guerra che culminò con la distruzione di Motya e con la sconfitta dei Cartaginesi.
Nel 278 a.C. Pirro, re di Epiro, riuscì ad espugnare la fortezza ericina. Erice venne così a far parte del suo poco duraturo regno ellenistico, ma ritornò ai Cartaginesi dopo la sconfitta di Benevento.
Durante la prima guerra punica Erice assunse un posto di primo piano. In mano ai Cartaginesi che si accanivano contro i Romani quasi vincitori, essa rappresentò un ostacolo non indifferente per la definitiva vittoria di questi ultimi. Nell'ultimo periodo della guerra, l'azione militare, spostatasi da Lilibeo a Drepano, ebbe come teatro i fianchi del monte, sul quale l'esercito romano e quello cartaginese, guidato da Amilcare, si trovarono nella strana reciproca situazione di assediati ed assedianti; l'acropoli ericina era tenuta infatti da un presidio romano inviatovi nel 248 dal console Giunio; Amilcare sorvegliava a vista i nemici asserragliati nell'acropoli e, nel suo campo fortificato sito nei pressi dell'attuale contrada di Chiaramusta, era a sua volta bloccato dall'esercito romano che controllava la strada congiungente Erice con Drepano.
Tale singolare situazione ebbe termine solamente dopo la vittoria di Lutazio Catulo sulla flotta cartaginese (241 a.C.), in conseguenza della quale Amilcare dovette scendere a patti con i Romani.
Caduta in possesso dei Romani, Erice decadde militarmente, avendo perduto ogni funzione difensiva in conseguenza dell'egemonia romana sul Mediterraneo e del graduale assoggettamento degli stati stranieri aventivi sbocco.
Dopo aver raggiunto la massima prosperità, anche il vecchio santuario cominciava a decadere e, quindi, anche la città che da esso aveva tratto vita. I Segestani, fratelli degli Ericini, avendo avuto con essi comune la origine elima, nel 25 d.C. si resero interpreti presso l'imperatore Tiberio della necessità di restaurare il tempio ormai decadente.
Gli augusti discendenti di Venere ordinarono i lavori necessari a spese dell'erario romano.
Passarono poi ben undici secoli prima che la storia tornasse a parlare di Erice.
Sotto i Bizantini, infatti, che assieme agli Arabi diedero gli attuali nomi a tante contrade dell'Agro Ericino, la cittadina del monte dovette perdere anche l'autonomia comunale, poichè il suo nome non appare mai in alcun pubblico documento dell'epoca. A tal proposito, anzi, è significativa la mancata inclusione di Erice, pur essendovi senza dubbio compreso il territorio, fra le località assegnate nel 1093 alla nuova Diocesi di Mazara da Ruggero il Normanno.
Gli Arabi, del resto avevano mutato addirittura il nome di Erice in quello di Gebel-e-Hâmid. Durante il periodo della loro dominazione, le numerose contrade del territorio conobbero senza dubbio floridità e benessere, ma l'antica Erice, ormai abbandonata del tutto, languiva.
Dopo le dominazioni dei Vandali, dei Bizantini e degli Arabi, durante le quali la vita di Erice si era spenta al punto di cambiare il vecchio e glorioso nome, sotto i Normanni la cittadina rifiorì a nuova vita.
Frattanto il nome di Erice mutò una seconda volta. E con il mutamento del nome, che richiamava il culto di Venere Ericina, mutò anche l'oggetto della devozione del popolo. Erice normanna venne affidata alla tutela di S. Giuliano e Monte San Giuliano fu il nuovo nome, mantenuto fino al 1936.
Periodi prosperi furono quelli delle successive dominazioni: sveva, angioina ed aragonese.
A quest'ultimo periodo risale l'innalzamento della Chiesa Madre, ordinato da Federico d'Aragona che soggiornò in Erice durante la guerra del Vespro.

Oltre che la rinnovata funzione strategica, anche la ripresa economica diede nuova prosperità all'antica cittadina, divenuta capoluogo di un grosso comune agricolo.
La sua prosperità economica ci viene dimostrata dal Registro del notaio ericino Giovanni Majorana. Sotto gli Svevi, poi, Erice venne ad arricchirsi di un nuovo territorio che si estese fino ad includere il feudo di Scopello, vicino Castellammare del Golfo.
Nel 1314, nelle ultime, stanche fasi della Guerra del Vespro, che si protraeva ancora dal 1282, gli Ericini, che erano sempre stati fedeli agli Aragonesi, aiutarono validamente Re Federico III che, durante l'assedio di Trapani dal mare condotto da Roberto d'Angio, dimorò a lungo in Erice.
I capi dell'esercito angioino, sconfitto alla Falconara, furono rinchiusi nella fortezza ericina.
Dal sec. XV al XVIII la vita sociale ed economica di Erice non fu diversa da delle piccole e medie città siciliane.
Nel 1798 la popolazione, prevalentemente concentrata nella città, essendo ancora la pianura esposta a scorribande piratesche ed, in genere, poco sicura, era di 8.172 anime. Il territorio, di circa 53.634 ettari, era coltivato a frumento (26.512 ha.), oliveti (700 ha.), orti e giardini (251 ha.), vigneti (366 ha.), sommaccheti (370 ha.); 25.000 ettari erano tenuti sotto pascolo di numerosi e pingui armenti.
La produzione agricola e pastorizia era fonte di notevole ricchezza, buona parte della quale confluiva nel capoluogo, unico centro abitato.
Circolava, sia pure irregolarmente distribuito, notevole benessere finanziario, che consentì l'edificazione o l'ampliamento di numerose chiese, l'attività di diversi ordini monastici, il consolidamento e lo sviluppo di una numerosa e dinamica classe artigianale, la presenza di clero e professionisti colti e numerosi e, dal punto di vista delle usanze e vita religiosa (gli unici momenti di aggregazione e di colloquio ed incontro sociale), la celebrazione festosa delle numerose festività religiose ricorrenti nel corso dell'anno.
Quanto alla vita culturale, essa ebbe momenti particolarmente rilevanti per l'opera e lo studio di numerosi storici e letterati, religiosi e laici.
Nel 1816, con la creazione del Regno delle Due Sicilie e la conseguente riforma amministrativa che sanciva la fine dell'antico ordinamento feudale e la costituzione di uno Stato moderno e potere accentrato, Erice perdeva i suoi antichi privilegi e veniva inquadrata nel ruolo di capocircondario di seconda classe.
L'antico ruolo di capoluogo amministrativo e residenziale di Erice si venne dunque attenuando con la concessione delle sollecitate autonomie da parte dei primi Governi della Regione Siciliana. La prima frazione eretta a comune autonomo fu Custonaci, nel 1948. Seguirono Buseto Palizzolo nel 1950, San Vito Lo Capo nel 1952 ed, infine, Valderice (Paparella-San Marco) nel 1955.
Così Erice, all'antico e ormai superato ruolo di capoluogo di comune ha sostituito quello di centro turistico, climatico e residenziale e, specialmente per la presenza del prestigioso Centro «Ettore Majorana», quello di centro di cultura di rinomanza internazionale.
Da questa nuova e più ampia funzione, l'antica Città trae oggi ragion d'essere e linfa vitale.

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LE MURA dette «CICLOPICHE»
La cinta muraria è antichissima opera di ingegneria militare che chiude il versante nord-ovest della vetta, l'unico accessibile ad eventuali offensive, impossibili negli altri versanti naturalmente difesi da strapiombi rocciosi.
Le mura si snodano dall'orlo del burrone a nord-est di Porta Spada - ove si conserva bene un silenzioso posto di guardia medievale, con feritoie e camminamenti - fino a Porta Trapani, per un percorso complessivo di circa m. 700, che si adatta via via al diverso rilievo del terreno (dai 682 m. di Porta Spada ai 727 di Porta Trapani).
Notevoli sono per dimensioni sono i massi di base, appena lavorati, di epoca elima (VIII sec. a.C.) ad «opus incertum», sui quali poggiano i filari con massi squadrati ad «opus rectum» di epoca cartaginese (VI sec. a.C.).
Nei livelli superiori ai filari a massi squadrati la costruzione è realizzata con massi di piccole dimensioni. Questa parte superiore appartiene alle epoche successive al VI sec. a.C..

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VENERE ERICINA E IL SUO SANTUARIO
Sulla rupe cilindrica dalle balze scoscese ed inaccessibili, sull'area occupata oggi dal castello normanno, sorse il famosissimo tempio di Venere Ericina.
I Sicani furono gli iniziatori del culto naturalistico ed innalzarono sulla rupe più elevata una piccola ara, scoperta al cielo nel centro di quello che fu il «thémenos» il recinto sacro della Dea.
Gli Elimi ed i Fenicio-Cartaginesi accrebbero il fasto e la fama del santuario, che assunse importanza mediterranea.
I Punici, anzi, identificando nella dea ericina la loro Astarte, introdussero costumanze e riti tipicamente orientali, quali la prostituzione sacra (già però introdotta dai Cretesi), il mantenimento di schiere di colombe, e tutta la complessa figurazione simbolica dei culti orientali.
L'interno contorno della rupe era stato infatti circondato da un muro di conci ben squadrati. Di tale muro antichissimo rimane ancor oggi un breve tratto dell'insenatura orientale della roccia, chiamato tradizionalmente «Ponte di Dedalo».
Fortificato dalla natura e dalla mano dell'uomo, il santuario-fortezza divenne il centro religioso delle popolazioni elime, ed in seguito di quelle mediterranee: la sua importanza militare fu maggiormente valutata fin dal momento in cui fu necessario, da parte degli Elimi e dei Fenicio-Cartaginesi, frenare l'espansione dei Greci in questo lembo della Sicilia occidentale.
Le feste in onore della Dea, celebrate dalle gerodule ad essa votate, assunsero un carattere sempre più importante per la grande folla di ogni razza e di ogni lingua che periodicamente esse richiamavano.
Come l'ariete, simbolo della fecondità, la colomba era sacra a Venere. Grandi schiere di colombe, allevate nel recinto sacro del tempio, volavano per tutto l'anno intorno alle mura di esso e quando, verso la metà del mese di Agosto, esse si allontanavano veloci (verso la Libia, secondo la credenza; verso la Colombaia di Trapani, secondo una probabile ipotesi), avevano inizio le feste Anagogie, che segnavano la fine dell'anno rituale. Durante i giorni di assenza delle colombe il tempio veniva ornato a festa in attesa del loro ritorno, che avveniva puntualmente a nove giorni dalla partenza: le candide volatili allora, guidate da una loro consimile dalle penne rosse (Venere), si posavano svolazzando sulle alte mura del tempio.

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IL CASTELLO NORMANNO
Ricostruita dai Normanni, la fortezza riacquistò la sua importanza e divenne uno dei caposaldi dell'Isola, nel piano di difesa predisposto dai nuovi dominatori.
Da questa epoca il Castello (il tempio era ormai quasi completamente diruto), divenuto ancora baluardo militare, ha una storia che coincide perfettamente con quella del centro abitato: esso decadde di nuovo, e questa volta definitivamente, con l'introduzione delle artiglierie e fu adibito successivamente a sede della Regia Amministrazione e, poi, fino a qualche decennio fa, a carcere.
Oggi, nonostante gli inevitabili mutamenti causati dal trascorrere del tempo e le modifiche apportate in recente epoca, il Castello, muto testimone di tanti avvenimenti storici, conserva un aspetto che si avvicina a quello originario.
Ricostruito nel XII sec. dai Normanni sui fatiscenti edifici del tempio di Venere, esso si erge sulla medesima rupe cilindrica tanto famosa nell'antichità. Un ponte levatoio, sostituito in seguito da un viadotto con gradini, congiungeva la solitaria rupe al piano circostante su cui sorgono le opere avanzate della fortezza, costituite da tre torri congiunte da due cortine merlate. Sulla torre centrale, nel 1873, il trapanese barone Agostino Sieri-Pepoli ricostruì la torre pentagonale distrutta nel XV sec.
Quanto al tempio di Venere, gli scavi del 1932 hanno dimostrato che esso era di modeste proporzioni e che era ubicato da oriente ad occidente. Durante gli stessi scavi, venne scoperto un tratto di pavimento in mosaico, oggi scomparso.
Nel piazzale interno del Castello sono visibili tamburi di colonne ioniche, frammenti di fregio, elementi decorativi vari di ordine dorico.
Da notare l'antichissimo muro di contenimento chiamato «Ponte di Dedalo» ed il cosiddetto «Pozzo di Venere», dagli antichi ritenuto piscina della dea ma che, molto probabilmente, fu un capace granaio.

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IL BALIO
Per il vasto piano circostante l'antica acropoli si estende il ridente giardino pubblico all'inglese, realizzato negli anni '70 del secolo scorso dal conte Agostino Pepoli.
«Balio» è il nome dato al sito, fin da tempo remoto, per il fatto che la fortezza contigua, ricostruita, come sappiamo, dai Normanni, fu adibita a residenza del «Bajulo», della sua corte e della sua scorta militare. Il Bajulo era il magistrato che rappresentava localmente l'autorità ed il potere in nome del Re, amministrando la giustizia penale e civile e curando l'esazione dei tributi.
Il panorama che si gode dall'alto di questo sito è ritenuto, a ragione, uno dei più belli del mondo.
Bellissimo e vario, esso abbraccia l'orizzonte per un giro completo. Lo sguardo si affaccia sul canale di Sicilia e sul mar Tirreno; sull'estesa pianura chiusa a levante da monti, fra i quali lo Sparagio, l'Inici ed il solitario promontorio di Cofano, dietro il quale si allunga la punta di Capo San Vito. Alle falde del monte: il piccolo porto di Bonagia e Trapani falcata; ad est ed a sud le Egadi e Marsala.
E' uno spettacolo che ferma il passo anche al visitatore più frettoloso.

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LE CHIESE ERICINE
Con il diffondersi del cristianesimo in Sicilia, ogni divinità pagana venne scacciata dalla sua antica sede. Distrutti i vecchi templi ed infrantine - forse con eccessivo zelo - gli idoli, si innalzarono, spesso sulle loro stesse rovine, chiese cristiane e specialmente altari alla Vergine. Questa leggenda è il chiaro segno della preoccupazione e sollecitudine dei sacerdoti cristiani: quella, cioè, di sostituire al diffusissimo culto della divinità pagana un nuovo culto che fin da allora si tributò alla Vergine Assunta, in onore della quale, narra la tradizione, per volere di Costantino Imperatore, fu eretta una piccola chiesa ad occidente della città, nel punto diametralmente opposto a quello in cui sorgeva il tempio pagano.
Conscio dell' importanza dell' azione condotta dal primo clero ericino - narra sempre la tradizione - lo stesso papa Liberio avrebbe inviato in dono agli Ericini, perchè essi la venerassero, un bellissimo simulacro della Vergine che, per una stella incisa sulla fronte, prese il nome di Nostra Signora della Stella.
Il Guarnotti afferma che tale simulacro fu perduto durante un saccheggio subito dalla città, sullo scorcio del sec. XII.
Pare tuttavia che, nonostante la devota sollecitudine dei ministri cattolici, fino a tutto il XV sec., continuassero i pellegrinaggi al tempio di Venere.
allo scopo di allontanare gli abitanti di Erice e delle città vicine dalle pratiche paganeggianti, i ministri della Chiesa concessero speciali indulgenze a quanti, nel mese di agosto, che la tradizione pagana riservava alle pratiche rituali in onore di Venere Ericina, partecipassero attivamente alle onoranze solenni dedicate alla Vergine. Tali onoranze, dal 1580, ebbero sempre luogo in Agosto.
In quel tempo - narra un' altra tradizione - un galeone diretto ad Alessandria naufragò presso San Vito. Un quadro raffigurante la Vergine con il bambino fu salvato dalla furia delle ed in suo onore fu eretta, presso Custonaci, una cappella che ben presto si tramutò in Santuario per le notevoli virtù taumaturgiche dimostrate dalla sacra immagine.
L' immagine «salvata dal naufragio» (forse opera cinquecentesca di scuola umbra) ed approdata nella rada del Buguto di Custonaci, attrasse dunque e stimolò i fedeli. La Madonna di Custonaci operò il primo miracolo: cominciò con il diminuire l' interesse verso ogni manifestazione esteriore di paganesimo e fu da allora al centro della più intensa devozione e delle feste più solenni.
Quelle, specialmente, di Mezzo Agosto culminavano con una processione di penitenza alle nove croci ora murate nell'esterno della parete meridionale del Duomo e con una grande fiera di mercanzie alla quale accorreva gente da ogni più remoto sito dell'Isola.
Lo spirito di questa festa è esplicitamente dichiarato in un documento del sec. XVI.
La devozione per la Vergine di Custonaci cominciò dunque a radicarsi ed il culto cristiano, più in generale, ad intensificarsi. Verso il Santuario, in ogni periodo dell'anno, pellegrinaggi di fedeli si muovevano per implorare grazie o per tributare preghiere.
Da Custonaci l'immagine veniva trasportata nel Duomo di Erice, secondo un consuetudinario minuzioso cerimoniale, in occasione di pubbliche calamità o di siccità, nel corso delle quali i fedeli imploravano la grazia alla loro protettrice.
Ottenuta la grazia, l'immagine veniva riportata nel suo Santuario. Ma il «trasporto» del Quadro avveniva indipendentemente dal bisogno di grazia, quando si voleva conferire particolare solennità al «Festino» di Agosto.
Si organizzava, per l'occasione, la fastosa processione dei «Personaggi» della quale faremo breve cenno (cf. Estate Ericina).
Con la devozione alla Madonna di Custonaci, insomma, la sostituzione del culto pagano con quello cristiano non poteva essere più completa: un velato ricordo delle antiche feste Anagogie e Katagogie, mutato l'oggetto del culto, rimase nelle accennate solenni onoranze che accompagnarono sempre l'arrivo del quadro della Vergine dal Santuario di Custonaci od il suo ritorno ad esso.
Non più, quindi, decime di frumento in beneficio del santuario pagano, ma pie elemosine tendenti a rendere più solenne il «Festino».

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LA CHIESA MADRE
Sorse nella prima metà del secolo XIV, per volere di Re Federico d'Aragona, che risiedette per qualche tempo in Erice durante la guerra del Vespro (1314).
Alla stessa epoca appartiene il campanile quadrangolare con bifore, di costruzione poco anteriore rispetto a quella della Chiesa, avendo avuto, in origine, la funzione di torre di avvistamento.
L'esterno della Chiesa conserva le forme gotiche originarie. Il pronao con archi ogivali è un'aggiunta del sec. XV. Il rosone del prospetto, che ripete fedelmente il disegno primitivo, è di recentissima fattura. Incastrate all'esterno della parete destra le nove croci provenienti, secondo la tradizione, dal Tempio di Venere.
Fino al 1856, anno in cui ebbero inizio lunghi lavori di restauro, l'interno conservava quasi intatta la forma gotica trecentesca. L'archivolto era decorato da mosaici con mezze figure e le pareti tutte abbellite da affreschi del sec. XV.
Dopo i restauri, condotti con discutibilissimi criteri, dell'antica costruzione non rimasero che le due file di colonne sorreggenti archi ogivali, la pianta a tre navate e le quattro cappelle laterali.
Entrando dalla Porta Maggiore, a destra, acquasantiera cinquecentesca; in una cappella, pure sulla destra, la bella statua dell'Assunta, già attribuita a Francesco Laurana. Con la condizione assoluta che rassomigliasse alla statua della Madonna di Trapani, tale opera fu commessa all'artista dalmata, mentre egli soggiornava a Palermo (1460), dall'arciprete Paolo Gammicchia. Dallo scalpello dell'artefice uscì un'opera che, per la sua somma bellezza, i palermitani non permisero uscisse dalla loro città. Il Laurana, si narra, dovette scolpirne una seconda - quella si vede - mentre la prima veniva collocata nel Duomo di Palermo e venerata sotto il nome di Madonna Libera Infermi. Sembra, però, che questa seconda opera sia, più che del Laurana, di Domenico Gagini.
Nel fondo dell'abside, bella icona marmorea di Giuliano Mancino (1513). Nel mezzo di essa: Madonna con Bambino; le nicchie ed i bassorilievi che la circondano raffigurano scene della vita di Cristo.
Attraverso l'apertura circolare di recente praticata nella parete di sinistra della Cappella maggiore: angelo musico, frammento di affresco del sec. XIV. Nell'altare della Cappella già di San Giuseppe, la riproduzione ottocentesca del Quadro di Maria SS. di Custonaci, patrona principale di Erice. L'originale è conservato ed esposto nel Santuario omonimo.
Fra i vari oggetti preziosi del tesoro della Chiesa, assai notevole è il reliquiario d'argento dell'orafo ericino Pietro Lazara (1602). Le quattordici statuette di Santi che lo adornano sono in argento massiccio. Il Reliquiario pesa 25 chilogrammi e costò mille scudi d'oro: esso, con le reliquie di S. Alberto Ericino, veniva portato in processione nel giorno dedicato a tale Santo. Notevole pure una bellissima croce astile in lamina d'argento (sec. XVI), di ispirazione toscana, con decorazioni floreali e con rilievi raffiguranti la Vergine, il Crocifisso e vari Santi.

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BIBLIOTECA E MUSEO
La Biblioteca Comunale «Vito Carvini» di Erice si costituì di fatto nel maggio del 1867, quando i numerosi pregevoli volumi delle «Librerie claustrali» dei Conventi di S. Francesco d'Assisi, del Carmine, dei Cappuccini e di S. Domenico, entrata in vigore la legge 7 luglio 1866 che scioglieva le Corporazione religiose, furono riuniti a quelli della modesta «Libreria Comunale» annessa al Pubblico Collegio di Studi in S. Martino.
Nel 1874-75, il Sindaco dott. Luciano Spada - che mostrò particolare interesse per i problemi della Pubblica Istruzione e per la decorosa conservazione delle memorie patrie - curò il trasferimento della Biblioteca dai vecchi inadeguati locali in una sala al pianterreno del Palazzo Municipale e, nel contempo, lanciò un appello a Comuni e studiosi perchè, mediante l'invio di libri in dono, contribuissero ad arricchire il patrimonio bibliografico del giovane Istituto. Risposero, a tale appello, diversi Comuni e molti studiosi, fra cui si segnalò l'illustre Ugo Antonio Amico, che donò un centinaio di volumi.
Il Direttore della Biblioteca, padre Maestro Giuseppe Castronovo, da parte sua si adoperò positivamente perchè venissero restituiti alla Comunale tutti i preziosi manoscritti di Storia Cittadina, dal Cordici al Carvini, dal Provenzani allo Spalla che, in seguito alla chiusura dei conventi, erano stati trasferiti in Trapani e depositati presso la Biblioteca Fardelliana...
Il museo. Quello che è custodito, comunque, in questo piccolo Museo riveste ugualmente il suo interesse, notevole per alcuni oggetti.
Entrando, nella prima vetrina a sinistra: statuine fittili (sec. VI a.C.); frammenti di statue marmoree romane; anse d'anfora di provenienza greca con bolli di origine; frammento di lastra marmorea contenente un brano di dedica di Venere Ericina (età romana); una serie di così detti «pesi di telaio», frequentissimi in molti luoghi di Sicilia che - come ricorda il Pace -  «i contadini appendevano agli alberi in onore di Dionisio», secondo un'usanza ricordata da Virgilio nelle «Georgiche»; unguentari di età e lucerne romane del II sec. d.C.. Nell' angolo a sinistra: anfore romane; un'anfora punica siluriforme ed un cippo funerario punico (necropoli fuori Porta Trapani)...

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IL CENTRO DI CULTURA SCIENTIFICA «ETTORE MAJORANA»
Un formidabile impulso alla conoscenza di Erice a livello internazionale, nonché al potenziamento della vitalità della cittadina, unitamente ad una collocazione ben precisa del  «tipo» di turismo-cultura ad essa congeniale è provenuto dalla presenza in Erice del «Centro Internazionale di Cultura Scientifica "Ettore Majorana" », che opera dal 1963 con la collaborazione dei governi regionale e nazionale e di Enti ed Istituzioni di ogni nazionalità, interessati alla continuazione di una attività che si è venuta di anno in anno prestigiosamente affermando a livelli di altissima qualificazione culturale e scientifica.
Nessuno più efficacemente del fondatore e direttore del Centro, Antonio Zichichi dell'Università di Bologna e del CERN di Ginevra, può fare il punto sulle finalità del Centro e sui risultati che attraverso la sua attività esso intende raggiungere...

( * ) Da: "Erice di Vincenzo Adragna"
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