Comune di San Vito Lo Capo


 

 

 

 


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San Vito lo Capo dista trentotto chilometri da Trapani e poco meno di cento da Palermo, e per arrivarci - dopo avere comunque raggiunto Custonaci - si deve passare per un borgo il cui nome sembra pensato apposta per bene predisporre il viandante: Purgatorio. Se non è certo un inferno il territorio che ci si lascia alle spalle, è sicuramente un Paradiso quel che ci attende appena passata la vallata del Biro.

LA STORIA

Amministrativamente il Comune di San Vito lo Capo nasce solo nel 1952, quando la Regione Sicilia ne riconobbe la peculiarità e lo affrancò dal governo della città d’Erice, nel cui territorio fino ad allora ricadeva.
Sembra accertato che il paese di San Vito sia nato attorno all’attuale Santuario, frutto di numerosi interventi edilizi susseguitisi nei secoli. La prima “fabbrica”, realizzata intorno all’anno 300, è stata una piccola cappella dedicata a San Vito Martire, patrono del paese e anche di Mazara del Vallo. Narra la leggenda che il giovane Vito, patrizio mazarese figlio di un alto funzionario di Roma, sia dovuto fuggire dalla sua città natale assieme alla nutrice Crescenzia e all’istitutore Modesto, che lo avevano convertito al cristianesimo, per sottrarsi alle persecuzioni ordinate da Diocleziano; dopo due giorni di navigazione verso nord, una tempesta costrinse la nave di Vito ad approdare in un golfo ridossato dal vento, riparato da un capo roccioso ben conosciuto dai naviganti del tempo (Egitarso o Egitallo il suo nome) e qui i tre avrebbero cercato di convertire gli abitanti del villaggio Conturrana, che sorgeva a circa tre chilometri dal mare, sotto un’alta rocca.
Vito, Modesto e Crescenzia non riuscirono a convincere della loro “verità” gli abitanti del villaggio, e anzi da questi furono scacciati e minacciati; una enorme frana, che seppellì il villaggio ed i suoi abitanti, fu il castigo di Dio per gli infedeli. A poche centinaia di metri dalla frana (oggi contrada Valanga) che nasconde il mistero di Conturrana, sorge la cappella dedicata a Santa Crescenzia, costruita dagli ericini nel XVI secolo: la tradizione vuole che qui si trovassero Vito e la sua nutrice quando l’ira divina distrusse il villaggio.
Il passaggio di Vito e Crescenzia, che dopo aver abbandonato il Capo Egitarso subirono le più crudeli persecuzioni, provocò comunque grande emozione tra le genti della zona, e intorno al 300 (Vito morì nel 299, nemmeno ventenne) venne costruita la prima cappella a lui dedicata. Nei secoli la cappella subì diversi interventi, venne ingrandita e abbellita, anche perché erano sempre più numerosi i pellegrini che venivano qui per venerare San Vito Martire.  Documenti originali conservati all’Archivio di Erice danno per esistente una vera e propria chiesa già nel 1241. La fabbrica primitiva, che poi avrebbe lasciato il posto all’attuale santuario, nacque attorno alla chiesa come fortezza - alloggio per dare ospitalità ai pellegrini, e per difenderli dai banditi e dai corsari barbareschi. Tale realizzazione risale alla fine del 1400, e si deve anche questa alla fede (e alle finanze) degli ericini. La torre quadrata della chiesa - santuario - fortezza venne realizzata circa 150 anni dopo, intorno al 1.600.
In ricordo del martire giovinetto a metà giugno si festeggia il Patrono del paese, con lo sbarco del Santo sulla spiaggia, e la processione che attraversa le strade preceduta dal rullo dei tamburi e seguita dai fedeli e dai turisti: lo spettacolo offerto dalle barche che al tramonto fanno da scenario - con sullo sfondo il mare più bello del mondo - all’arrivo di San Vito sulla spiaggia, lo scintillio dei giochi pirotecnici, la natura pressoché incontaminata, rendono questo appuntamento religioso - folcloristico - turistico unico nel suo genere.

LA CUCINA E LA SPIAGGIA

A San Vito si può venire anche per la sua cucina, dove il Cuscus la fa da padrone, seguito a ruota dalla pasta ai ricci di mare (che qui sono abbondanti); come secondo piatto è di prammatica il pesce, che è davvero fresco e andrebbe gustato senza l’aggiunta di spezie e sughi. Peccato che i ristoratori sanvitesi non abbiano compreso quale eccellente alternativa al pesce pregiato possa essere costituita da quei pesci “azzurri” (lampughe - chiamate caponi -, tonnetti ) che qui si pescano copiosi e che costano poche lire. Si tratta di pesce davvero squisito, che si può cucinare in mille maniere, e che consentirebbe di mantenere bassissimi i prezzi di un pranzo a base di prodotto freschissimo.
Ma chi viene a San Vito, lo fa soprattutto per il suo mare e la sua spiaggia, quasi tre chilometri di sabbia dorata, bella da fare invidia ai più rinomati paradisi dei mari del sud.
Arrivando in paese dall’unica strada di accesso, si vede il mare ancora prima di incrociare le prime case. Ancora un chilometro, e si arriva dritti filati al cospetto di un mare cristallino al quale si accede attraversando un tappeto di sabbia pulita.
Consigliare un particolare tratto di spiaggia ai bagnanti è impossibile, l’uno vale l’altro, e tutti sono incantevoli. Il fondale marino degrada dolcemente verso il largo, e le correnti non lambiscono minimamente questa zona, che dunque è particolarmente indicata anche per chi non è nuotatore provetto, e per i più piccoli. Le uniche difficoltà potrebbero essere provocate dalle tempeste di maestrale che abbattono sulla spiaggia marosi lunghi e potenti, ma fortunatamente nel periodo estivo si tratta di eventi rarissimi.
Chi invece preferisce gli scogli alla sabbia, ha solo l’imbarazzo della scelta: a levante come a ponente le possibilità di fare meravigliosi bagni e di godere nel contempo di un paesaggio splendido sono innumerevoli.
Le due coste sono completamente diverse l’una dall’altra. Ad est troviamo le rocce alte che cadono a picco sul mare, sempre però accessibili anche per chi non disponga di una barca: il golfo del Secco, lo splendido “Firriato” dove fino ad una trentina di anni addietro viveva la Foca Monaca (c’è una grotta chiamata “del Bue Marino” proprio perché abitata da una famiglia di questi mammiferi acquatici), i faraglioni e il “lago di Venere” sulla punta opposta alla tonnara, il golfo di Cala ‘Mpisu, e poi l’irripetibile costa della riserva naturale dello Zingaro.
Ad ovest la costa è più bassa e gli scogli appuntiti, ma niente paura, con un poco di prudenza si arriva tranquillamente a mare. Cala Rossa e Cala Mancina sono altrettante piccole baie da non tralasciare, e poi a seguire la meravigliosa “Isulidda”, uno scoglio diviso dalla terraferma da pochi metri di mare, le insenature e la spiaggia sabbiosa di Macari, le “calette” acciottolate di Cofano. Tutti posti dove la calca non è mai eccessiva, neppure a Ferragosto!

LA TONNARA

A levante del paese, passata la punta di Solanto, si apre il Golfo del Secco, uno dei posti più belli di questo territorio. Un nobile e antico, e purtroppo cadente, edificio sta a ricordare che qui esisteva - “viveva” vorremmo dire - una delle più belle tonnare dell’isola, la “Tonnara del Secco” o “del Sevo” secondo gli antichi registri. Le sue reti venivano calate a pochi metri dalla riva, eppure l’impianto di pesca al tonno era tra i più famosi: catturava i grossi pesci pelagici che in primavera percorrevano le acque del golfo di Castellammare nella loro corsa per la riproduzione. I tonni venivano da levante, costeggiavano le rocce dello Zingaro, passavano sotto la Torre ‘Mpisu, si gettavano sui banchi di sgombri di cui era ricco il golfo del Secco, poi seguivano la costa verso ponente, e finivano fra le reti preparate per loro.
Chi ha avuto la fortuna di assistere alle mattanze di San Vito ricorda che i “padroni” (le famiglie Plaia e Foderà di Castellammare del Golfo) se ne stavano con i loro ospiti comodamente seduti sul terrazzo del “Palazzotto” mentre pochi metri più in là la “ciurma” faceva mattanza. I cavi della “camera della morte” venivano attaccati addirittura alle rocce della costa.
Le reti ormai non vengono calate più dal 1969,  quando un Rais inesperto volle cambiare la zona di pesca e le portò sui fondali sabbiosi davanti alla spiaggia. Quell'anno non fu catturato nemmeno un pesce, ma ancora oggi in primavera e all’inizio dell’estate è facile vedere i tonni nuotare allegramente a fior d’acqua nel golfo del Secco, segno che quei grossi pesci - una volta ricchezza per intere popolazioni - non hanno disertato del tutto questi mari.
Pochi forse sanno che le tonnare di San Vito e di Cofano hanno una storia ben più remota di quella “ufficiale”, che risale a non più di sei - settecento anni addietro: a pochi metri dall’edificio della tonnara del Sevo e ad un tiro di schioppo dalla torre di Cofano che nel 1700 proteggeva i pescatori dai corsari, si possono ancora oggi ammirare i resti di  antichissimi impianti di lavorazione del pesce, che risalgono addirittura al IV secolo prima di Cristo. Se qui si lavorava il pesce - anche tonni - certamente questo era il luogo in cui lo stesso pesce veniva catturato. I moderni tonnaroti non hanno inventato nulla, i posti della pesca sono sempre gli stessi, da migliaia di anni. Anzi, erano sempre gli stessi prima che l’uomo con l’inquinamento e la pesca indiscriminata distruggesse quello che secoli di attività non erano riusciti a distruggere.

ARCHEOLOGIA

Due sono i rinvenimenti “ufficiali” per l’archeologia sanvitese.
Il relitto arabo normanno (databile intorno all’anno 800) affondato su un fondale di circa 25 metri proprio davanti al capo San Vito, studiato, fotografato e recuperato nel 1993 - 94 - 95 per conto della Soprintendenza ai Beni Culturali; in buona parte i reperti sono attualmente esposti nell’interessante Museo del Mare che si trova proprio nel cuore del paese, a due passi dal Santuario. Un relitto simile è stato trovato, studiato e recuperato nel 1984  a Marsala.
Il relitto, o meglio quel poco che di esso restava, di un galeone del 1.600 (spagnolo?) localizzato dalla Guardia di Finanza sui fondali sabbiosi proprio a ridosso della spiaggia, ad una profondità massima di 4 metri. Nel 1989 i sommozzatori delle Fiamme Gialle recuperarono diversi cannoni, fucili, pistole, palle da cannone, qualche piccola botte in legno conservata quasi integra dalla sabbia di cui era ricoperta, attrezzi di bordo, pezzi di fasciame, e una preziosa spada dall’elsa d’oro. Nessuno di questi reperti fino al 1998 è stato esposto s San Vito lo Capo, e sì che i cannoni - alcuni pesantissimi - non rischiavano certo di  venire trafugati. La Soprintendenza piuttosto ha preferito trasferire tutti i reperti al Baglio Anselmi di Marsala, già famoso perché vi è conservata la nave punica recuperata nelle acque dello Stagnone.
I siti archeologici “terrestri” sono decisamente meno numerosi di quelli sottomarini, ma non meno importanti.
La scoperta archeologica più importante dell’intera zona, e forse una delle più rilevanti in tutta la Sicilia, è senza dubbio la “civiltà” della grotta dell’Uzzo, in piena Riserva Naturale dello Zingaro. Questo argomento ci immette nel prossimo capitolo, dedicato alle grotte sanvitesi (tante, e quasi tutte ricche di importanti testimonianze della presenza dell’uomo di sette - ottomila anni fa).
La grotta dell’Uzzo si trova proprio nel mezzo della Riserva dello Zingaro, ad una sessantina di metri sul livello (attuale) del mare; studiata per la prima volta nel decennio del 1920 da uno scienziato francese - Raymond Vaufrey - a partire dagli anni ’70 è stata al centro di ripetute campagne di scavo che hanno messo in luce la grandissima importanza di questo sito, abitato dall’homo sapiens già nel periodo mesolitico, dieci - ottomila anni addietro.
Qui gli uomini vivevano, pescavano (sono state rinvenute spine di cernie, saraghi, murene), cacciavano, e seppellivano i loro morti. La parte principale dei rinvenimenti è costituita infatti da sepolture e arredi funerari; sono state individuate anche diverse incisioni sulle pareti della grotta. Le ossa di animali rinvenute tra le selci (pietre scheggiate per farne armi, coltelli, punteruoli) confermano la presenza nella zona di cervi e cavalli.
Una visita la meritano anche le tante torri di cui è disseminato il territorio, alcune delle quali ottimamente restaurate dalla Soprintendenza (per le altre si attendono interventi più che mai urgenti).
Nei pressi della Grotta dell’Uzzo si trova l’omonima torre, e poi a seguire andando da levante verso ponente si incontrano: la torre ’Mpisu (o ‘Impisu, impiccato), torre ‘Sceri (“Usceri”), Torrazzo, torre Isulidda, due torri sotto monte Cofano (Comune di Custonaci).
Le torri Uzzo, ‘Mpisu (nome originale Jazzolino), ‘Sceri, Isulidda, quella di Cofano più a ponente, rientrano nella pianificazione delle torri di avvistamento costiere realizzata nel 1583 dall’architetto fiorentino Camillo Camilliani, incaricato dal Viceré del tempo di organizzare le difese costiere dell’isola contro le incursioni dei corsari, e - ad eccezione della prima, cilindrica -  hanno tutte una identica struttura a base quadrata, con pochi e semplici divisioni interne ed una capiente cisterna per raccogliere l’acqua piovana. Erano tre di regola i militari addetti alla guardia in ciascuna torre. Le torri Isulidda e Cofano sono state restaurate, la torre’Sceri sta cadendo a pezzi, e anche quella dell’Impisu è minacciata dai crolli. Sulla Piana di San Vito il Camilliani aveva fatto costruire un’altra torre (“Roccazzo”) distrutta nel 1935 per far posto a un edificio militare.
La torre che a Cofano sorge sul versante di levante della costa è più recente delle altre: venne realizzata intorno al 1.700 ed ha una caratteristica particolare, le pareti concave per fare scorrere le palle di cannone sparate dai nemici che venivano dal mare. Questa torre è abbastanza ben conservata.
Nei pressi del porto principale di San Vito c’è un’altra torre molto bella, ben restaurata, che dovrebbe divenire sede di un museo archeologico: è il “torrazzo”, struttura cilindrica completamente diversa dalle altre del territorio, di probabile costruzione araba, che il Camilliani non prese in esame nel suo progetto forse perché troppo bassa sul livello del mare, e dunque non in grado di assicurare una buona visuale per l’avvistamento delle navi corsare. La torre è datata XVII secolo.

LO ZINGARO

Fino ad una quarantina d’anni addietro in Sicilia le uniche scope usate dalle massaie erano quelle realizzate con le foglie lunghe e strette della palma nana, sfruttata anche per farne corde, canestri, nasse per la pesca.
La Palma Nana è il simbolo di questa Riserva naturale, la prima sorta in Sicilia sulla spinta dei movimenti ecologisti e di pochi intellettuali, che riuscirono a bloccare uno dei peggiori scempi che l’uomo avrebbe potuto perpetrare in questa landa di una bellezza unica. Con la legge n. 98 del 6 maggio 1981 la Regione Siciliana - mostrando una sensibilità insperata - istituì la Riserva dello Zingaro, salvando questi splendidi sette chilometri lineari di costa (e quasi 1.700 ettari di natura incontaminata) dalla speculazione avviata con la costruzione della dissennata strada di cui abbiamo detto all’inizio di questo volume, di cui restano oggi due brevi tratti monchi.
Quella dello Zingaro è stata la prima riserva naturale istituita in Sicilia; altre undici in seguito ne verranno riconosciute nella sola provincia di Trapani. Perché questa zona si chiami “zingaro” non è dato sapere; di nomadi che hanno vissuto qui non c’è alcuna notizia nelle fonti storiche, che invece indicano la presenza di una colonia di lombardi nel XIII secolo.
Descrivere questi sette chilometri di costa incontaminata è impossibile: le piccole baie pavimentate da ciottoli candidi che la risacca fa rotolare in un mare che dipinge tutti quanti i toni del verde si devono vedere per poterle apprezzare; gli scogli appuntiti che separano queste calette, a volte alti sull’acqua trasparente, altre volte digradanti dolcemente, con i conigli che sbucano qui e là all’improvviso, e all’improvviso scompaiono tra i cespugli; le case coloniche costruite in bilico sulle rocche che si affacciano sul bagnasciuga. Chi voglia immergersi in una natura senza tempo, dove passato e presente si fondono, deve visitare questa riserva.
Allo Zingaro si arriva da San Vito o da Scopello: comunque appena alle porte di questo paradiso si devono abbandonare auto e moto, la riserva si visita solo a piedi. Nulla deve disturbare la quarantina di specie di uccelli che qui nidificano (tra questi l’Aquila del Bonelli, la Poiana, il Nibbio, il Gheppio) e la fauna endemica, per cui è precluso l’ingresso anche ai cani. Molte piante che crescono qui - e che purtroppo spesso vengono distrutte da devastanti incendi estivi - sono rare e caratteristiche della zona; gli alberi che vivono sulle pendici dei rilievi che ricadono nella riserva sono carrubi, olivi, frassini, qualche fusto da sughero, le piante più frequenti l’euforbia e il lentrisco.
Lo Zingaro è famoso per il suo mare di un blu intenso, le sue calette silenziose e protette da rocce a picco dove il falco volteggia alla ricerca di prede, per i suoi fondali limpidi e ricchi di pesce e grotte sottomarine.
Nella grotta dell’Uzzo alla fine degli anni ’40 dimorava spesso il bandito Salvatore Giuliano, che nelle montagne di Castellammare e allo Zingaro era di casa.
La riserva è perfettamente fruibile da tutti, sol che si abbia voglia di fare una splendida passeggiata. Tre sono i percorsi classici: il primo corre lungo la costa da un limite all’altro della riserva (è il più frequentato, e anche il meno impegnativo), il secondo corre a zig zag sul territorio, incrociando la costa e le vette (più impegnativo), il terzo è riservato ai più sportivi, e praticamente corre per tutto lo Zingaro dall’alto al basso.

(brani tratti da “San Vito lo Capo, Zingaro, Scopello” di Ninni Ravazza, Anselmo editore, Trapani 1998)

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